il mare in un bicchiere“E il mare era per me, e lo è ancora, la più promettete e seduttiva pagina bianca. |
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venerdì, aprile 22, 2005 |
Ho appena letto, con piacere, che qualcun altro si interessa ai serial killer... Il racconto di zop è come sempre geniale e, tra l'altro, mi sembra che colga con interessante sagacia i timori che talvolta travolgono le donne che accettano "appuntamenti al buio". Un altro aspetto interessante è che l'assassina (a giusto titolo seriale, visto che ne ha già fatti fuori altri due o tre...) sia una donna. Avendo, infatti, sondato indirettamente la casistica che riguarda i serial killer, ho scoperto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di uomini (ma questo, seguendo la cronaca, è intuitivo) - se escludiamo i cosiddetti "killer medici", quelli cioè che fanno fuori gli ammalati per accelerare il loro trapasso a "miglior vita" (si dice siano affetti da una sorta di delirio di onnipotenza, il desiderio del potere che permette di amministrare la vita e la morte), e i casi della "pupa del killer", delle donne, cioè, che agiscono da complici in reati efferati per compiacere i loro uomini un tantinello perversi. Questa, invece, è una donna, ed è pure antropofaga, e c'ha pure paura di ingrassare! tutto ciò è fantastico! A questo punto, sarebbe interessante uno studio della sua psicologia... E sarebbe anche interessante capire se qualcuno riuscirebbe mai a scoprire la simpatica assassina seriale, o se per caso non fosse riuscita a mettere finalmente a segno il delitto perfetto... C'è da augurarsi che non getti nel water i pezzi che ritiene poco commestibili o eccessivi per la sua linea: è già successo che scoprissero l'autore di una serie di omicidi perché aveva intasato le fognature... Vabbe', divagazioni a parte, il racconto di zop è davvero molto bello. E, a questo punto, non mi resta che chiedermi se abbia già letto "Il libro nero dei serial killer"...! posted by ranafatata | 12:09 | commenti (2) |
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mercoledì, aprile 20, 2005 |
TUTTI A BORDO, DOMENICA 24 APRILE PARTE L’AVVENTURA DI www.vivereilmare.it - web@vivereilmare.it |
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martedì, aprile 19, 2005 |
Ebbene sì, io l’ho letto. E riletto. Almeno tre volte. E non perché sia un’appassionata del genere (anche se, per esempio, trovo molto interessanti i libri di Carlo Lucarelli – compresi quelli che parlano di fatti di cronaca realmente accaduti – non solo per la comprensione dei fatti in sé, ma anche per il suo modo di raccontarli “come fossero romanzi”), ma perché l’ho tradotto.
Insomma, adesso il testo è in libreria, e io volevo annunciare questa “nascita” cui ho collaborato attivamente e non senza fatica e partecipazione, visto l’argomento (non vi dico le atrocità e le cose assolutamente disgustose e inimmaginabili di cui sono riusciti a macchiarsi questi incredibili personaggi la cui psicologia viene esplorata nel libro…).
Per chi volesse saperne di più: http://www.newtoncompton.it/scheda.asp?link=88-541-0367-5
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lunedì, aprile 18, 2005 |
“La Parigi di Edouard Boubat”
Non conoscevo Edouard Boubat, ma sono andata a vedere la mostra perché amo la fotografia, l’istante fissato su una pellicola (ah, le vecchie, care macchine fotografiche a pellicola…) e poi trasferito sulla carta per “impressionare” l’occhio di chi guarda e fargli rivivere una situazione a cui non ha assistito. Amo le macchine reflex, quelle di metallo, pesanti; amo lo scatto dell’otturatore e il rumore secco dello specchio che si chiude. Amo la fotografia perché ritengo che sia un mezzo molto efficace per esprimere la realtà, la realtà intima di due innamorati che si allontanano abbracciati come quella della guerra più feroce, delle situazioni di sfruttamento più efferate, delle rivoluzioni più sanguinose, della fame e della distruzione. Spulciando tra le immagini bloccate dai grandi fotografi di reportage si riesce a ricostruire buona parte della storia recente – della storia “da libro”, come di quella del costume.
Uno scatto di una mostra di Picasso, mi ha fatto venire in mente altre foto che avevo visto di recente, a una mostra di René Burri, a Palazzo Reale, a Milano. Oltre ai famosi ritratti del Che e del grande pittore francese, c’erano anche delle fotografie scattate alla prima mostra di Picasso in Italia (proprio a Milano, se non sbaglio) e la cosa sorprendente, con uno straordinario effetto comico, erano le espressioni attonite (e anche un po’ disgustate, volendo) dei fruitori della mostra: erano anni in cui le fantasie oniriche su tela impressionavano ancora l’occhio poco abituato a tali acrobazie…
Volendo accostare delle parole alle immagini, Edouard Boubat scrive:
...E oggi? Oggi io vagabondo ancora […]. Incontro ancora gli innamorati che cambiano le loro sembianze, i pittori che dipingono la stessa tavola e la moltitudine di turisti con le loro macchine fotografiche. Parigi cambia ma non si consuma, questo è il suo mistero e il suo male. Gli oggetti fotografati cambiano a seconda del vento, della pioggia, delle nuvole, della luce infinita e dell’atmosfera dell’epoca.
Gli anni Cinquanta furono ricchi di incontri, di amicizie e scoperte: la città si offriva interamente a colui che viaggiava. La fotografia è modesta nei suoi mezzi, nella sua leggerezza, e modesto è anche il fotografo che pensa di trovare da solo ciò che anima gli scatti. La fotografia rivela in realtà più di quello che si crede di aver visto.
Rcentemente ho attraversato la Senna passando sul ponte de l’Archevêché. Vicino a Maubert una signora mi ha fermato: ‘E’ lei che ha fotografato quella bambina con il grembiule vicino ad un rigattiere?’- ‘Si, negli anni Cinquanta, erano in due’- ‘Una è stata eletta Miss Francia e poi è diventata una barbona’. Sono cose che non si inventano, è lo scorrere del tempo. Si erano posate come due passeri davanti al mio obiettivo di apprendista fotografo. Poi tutti si sono alzati in volo: le bambine, il fotografo d’occasione, la nostra giovinezza, i nostri primi amori…
Eduard Boubat, che era nato nel 1923, è morto nel 1999, lasciandosi dietro mille istanti di vita. |
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giovedì, aprile 14, 2005 |
Che strana mattinata le era capitata! Una mattinata costellata di quegli strani casi che qualcuno si ostina a considerare “segni del destino”. Il destino, che baggianata… pensò lei che al destino non credeva. Il caso… il caso è quello che scandisce le nostre vite, le plasma e, a volte, le distrugge. Il caos… Niente prercorsi predefiniti, niente disegni sovrannaturali. Quella mattina doveva andare a fare un prelievo per un’analisi del sangue. Al laboratorio dell’ospedale c’era il solito casino. Acchiappò un numero e, fendendo la folla che aspettava agli sportelli, si andò a sedere, in attesa che arrivasse il suo turno. Diede un’ochiata al cellulare per controllare se per caso fosse arrivato un messaggio. Nulla. Si guardò attorno distrattamente e si mise a leggere. Leggeva Fahrenheit 451 mentre una voce monotona chiamava il numero delle persone ammesse al prelievo. D’un tratto, un cicaleccio insistente nella zona dell’accettazione la distolse dalla lettura e la spinse ad avvicinarsi. Avevano spostato alcuni “numeri” (quei numerini erogati dalle macchinette dietro cui ci sono persone e storie di tutti i tipi) a un altro sportello: tra poco sarebbe toccato a lei. Tornò a sedersi e riprese a leggere. In quel punto si sentiva una musica di sottofondo. A un tratto, un motivo conosciuto catturò la sua attenzione. Sollevò il capo, pensando di essersi sbagliata. Che coss’è l’amor… cantava la voce di Vinicio Capossela. Strana coincidenza quella di sentire una sua canzone - una di quelle canzoni che hanno un significato particolare - in un ambulatorio dell’ospedale… Si ricordò che in quel momento avrebbe potuto essere su un treno per Bologna, evento che, probabilmente, avrebbe dato un senso a quella canzone. E, invece, era in un laboratorio d’analisi, in attesa che un qualche sconosciuto le trafiggesse una vena. La signora che lo fece era gentile, materna, forse, e lei ebbe voglia di piangere. Tornando a casa in bicicletta, si fermò dal suo gelataio preferito per prendersi un gelato che avrebbe costituito il suo pranzo. Dal gelataio incontrò una ragazza che lavorava lì, ma che non vedeva da tempo perché era incinta ed era scomparsa. Aveva avuto il suo bambino tre mesi prima, e ne parlava con gli occhi che sprizzavano felicità e il viso radioso. Lei le fece tante domande, sorrise, scherzò, ma le lacrime le scaldavano le palpebre e lottavano per uscire. Le ricacciò indietro con disinvoltura, pagò il gelato, e solo una volta rimontata in bicicletta permise a una di esse – più impertinente delle altre – di rotolarle lungo una guancia. L’aveva desiderato a lungo e con accanimento, un bambino. Ormai era troppo tardi e quel pensiero, unito allo stato d’animo fuligginoso degli ultimi giorni, attizzò ulteriormente le lacrime che, fino a quel momento, non si erano degnate di inumidirle gli occhi. Perché, forse, nemmeno le lacrime hanno voglia di frequentare una così triste. Quando fu arrivata a casa, si preparò un caffè, perché non aveva ancora fatto colazione, e accompagnò il caffè con un paio di fette di pane, burro e marmellata. Le piaceva molto quella marmellata di mirtilli preparata dalla mamma di un suo amico. Si faceva sciogliere in bocca i mirtilli, tra una lacrima e l’altra, e avrebbe voluto poter piangere sulla spalla del suo amico. Ricevere un abbraccio. Ma lui non c’era e anche la marmellata era finita. Mentre preparava il caffè, aveva acceso la radio. Stavano parlando di internet, e il conduttore ascolatava la telefonata di un ragazzo che parlava di blog, e di un qualche problema per pubblicare i suoi post, che inviava chissà chi via mail, e a quel punto chissà che succedeva. A un certo punto, però, il ragazzo disse che se non pubblichi nulla per due mesi ti chiudono il blog. Ti chiudono il blog? E che significa? Che scompare tutto nel nulla? Preoccupata per me e per il mio blog, fermo ormai da un pezzo, mi ha chiamata, raccontandomi questa storia di coincidenze – non ultima quella del programma radiofonico – per scongiurare la morte del mio blog, che sta lì, ad agonizzare da un po’… posted by ranafatata | 11:47 | commenti (5) |