il mare in un bicchiere

“E il mare era per me, e lo è ancora, la più promettete e seduttiva pagina bianca. 
La pagina non ancora scritta, il sogno non ancora realizzato, il desiderio non ancora estinto, la fuga 
non ancora portata a compimento, l’assenza che suggerisce la presenza, l’inizio che non ha fine. 
Nella sua distesa luminosa e sconfinata, nei suoi abissi sconosciuti diventa facile e quasi inevitabile 
trovare una metafora vivente alla propria irrequietezza, all’istinto di libertà, alle paure 
e all’inesplorata e profonda regione dell’anima” (Valeria Serra - "Le parole del mare").

giovedì, aprile 24, 2003

Un appello per gli animali

si sta discutendo presso la Commissione Agricoltura della Camera una proposta di legge (provenienza AN) che, se approvata, consentirà un biocidio inaudito.
In sostanza questo disegno prevede che:
1) la  fauna migratoria non è più considerata come patrimonio dello Stato, ma "res nullius", cosa di nessuno. La fauna stanziale diventerà invece proprietà dei COMPRENSORI PROVINCIALI DI CACCIA;
2) si prevede di ridisegnare i territori in cui è possibile praticare l'attività venatoria, ampliandoli e consentendola addirittura NEI PARCHI (la legge  attuale vieta la caccia nei parchi in ogni periodo dell'anno e sono previste sanzioni penali per i trasgressori);
3) inutile dire che il calendario venatorio verrebbe raddoppiato, senza tener conto dei periodi di riproduzione degli animali. considerate che uccidendo i genitori, si condannano anche i piccoli;
4) saranno cacciabili anche passeri, peppole, fringuelli, pittime reali, e altre specie attualmente non cacciabili. Tutte le associazioni animaliste si sono attivate, e annunciano ricorsi.

Anche voi potete fare qualcosa: girate questa mail a tutti i vostri contatti, e aderite alla petizione che molte associazioni animaliste hanno fatto.
Sul sito del WWF c 'è la mail già pronta da inviare ai deputati impegnati a discutere questa vergognosa legge. Basta inserire i propri dati. FATELO! Non  rimandate a domani, non dite "ci penserò". FATELO ORA, CI VOGLIONO SOLO DUE MINUTI, MA VALGONO TANTISSIMO!









 

Sono venuto a prenderti con il mio aeroplano di carta, ti ho aspettato fuori della finestra; i colori ti sono piaciuti e sei salita senza fare obiezioni. Senza dire una parola, mi hai indicato un posto di mare, un mare blu blu blu, ho fatto planare il foglio piegato, pieno di parole non dette, su una spiaggia dorata. Eri stanca e hai voluto che ti leggessi un pezzetto del mio aereo; ti sei addormentata e mi hai regalato un sogno. Al risveglio, hai voluto insegnarmi i tuoi scogli adolescenti, dolci e appuntiti, portandomi per mano verso la secca dell'infanzia divenuta nostra.

Grida amiche ci chiamavano indietro, ma la corrente ci trascinava dolcemente dietro la spiaggia dei pescatori, dove una barca di carta fatta delle mie poesie rispedite al mittente aspettava per farci attraversare il braccio di mare che ci separava dall'isola dei giochi, il luna park della vita bambina, dove volevi provare quel gioco di luci e di specchi che confondono due persone in una e l'ottovolante del desiderio che ti fa andare il cuore in gola.

Al ritorno il vento ci ha fatto approdare su una spiaggia affollata, vociante, allegra, musica altissima. Ci siamo fatti largo in questa moltitudine estranea tenendoci per mano, cercando il centro della folla. Una volta lì la musica si è allontanata, la gente è diventata un film in bianco e nero, solo il mare ha conservato il suo blu occhi.

E' in quel momento che hai voluto baciare le mie labbra mentre parlavo del mio aereo e della mia barca, più parlavo e più mi paralizzavi ridendo di me, ridendo con me, di me e della mia carta pesta, delle poesie impastate, mi paralizzavi mangiandomi la bocca e le poesie. Notti e giorni si sono susseguiti furtivamente in questo gioco infinito, in questo gioco sfinito, in questo gioco da grandi.


 
sabato, aprile 19, 2003

Il vecchio gatto dietro la finestra grigliata

se ne stava ironico a guardarti;

accanto, una vecchia scala di legno

appoggiata al muro

t'invogliava ad accedere alle stelle...

                                                J.B.

 


 
lunedì, aprile 14, 2003

 

E' così... è così che ci si sente...

 

"… quando sei giù verso i 10, 12 metri, ed è già passato un minuto buono, tu sei realmente un pezzo di mare, un pezzo provvisorio che solo per volontà molto ferma può cessare di esserlo, perché nulla ti spinge più verso l’alto, verso la terra e l’aria, ma un moto dolce e universale ti impresta le ali di una manta e ti porta piano piano ancora più giù, fino all’altraterra, al continente di sotto.

… Quello che senti è di essere felice e infinito, totalmente felice, totalmente libero… Guardare in alto verso la luce che filtra, verso l’altra parte del mondo, con tutto quello che sai che c’è ti dà la vertigine di una lontananza irrimediabile…

Ogni volta mi sono stupito di questo, di come là sotto non c’è il tempo nostro, ma qualcosa che non ho mai capito: il tempo di Dio, la mia parte del tempo di Dio, e qualcosa del suo essere dovunque e ogni cosa…

Non so come ha fatto ogni volta a tornare indietro… Se avessi potuto scegliere, credo che ogni volta sarei rimasto; invece, qualcuno da qualche parte dentro o fuori di me dava un colpo deciso alle pinne che portavo ai piedi, e il mio corpo iniziava la risalita. Senza fretta, con il rammarico di lasciarmi dietro la mia parte di Dio, la mia parte di anarchia…"

Il coraggio del pettirosso


 
venerdì, aprile 11, 2003

Tra ieri e oggi me ne sono successe talmente tante che, neanche in una delle giornate più sfigate, gliene sarebbero successe altrettante al pennacchiano Malaussène (di professione capro espiatorio). Se avessi sottomano il succitato Pennac o, chessoio, Stefano Benni li pregherei di raccontare le mie disavventure surreali, così, per darvi la possibilità di allenare gli addominali pur restando seduti davanti al computer (ginnastica passiva da spanciamento ilare).

Io, nel viverle, ho pianto a secchiate ma, ripensandoci adesso, piangerei dalle risate...

E non posso neanche correre in pasticceria a mangiarmi un cannolo consolatorio.

E l'unica immersione che potrei permettermi sarebbe nella vasca da bagno.

Non mi resta che barricarmi in casa... Sigh!


 
giovedì, aprile 10, 2003

Visto che siamo in epoca pasquale, oggi vorrei scortarvi in pasticceria per assistere al trionfo della nostra millenaria tradizione culinaria che, nel corso del tempo e col contributo di popoli svariati e variopinti, ha elaborato un’arte che seduce gli occhi non meno del palato. Potreste ammirare il trionfo della cassata, questa signora che, a seconda del pasticcere che l’ha acconciata, si presenta appariscente e colorata oppure sobria e raffinata, con i riccioli canditi scintillanti di colori o, nel secondo caso, bianchi come la glassa croccante che ne avvolge il tenero cuore di ricotta. Passereste in rassegna gli “agni pasquali” schierati sui banconi con i rossi vessilli che contrastano con l’erbetta verde e tenerella su cui le delicate figurine di pasta reale sono adagiate; so che vi incantereste a osservare gli scintillanti “pupi di zuccaro” che ammiccano verso i bambini dagli scaffali più alti, di tutte le dimensioni ma sempre con quella foggia un po’ goffa, come una scultura che sia stata appena sbozzata; rimarreste indecisi davanti all’inesauribile quantità di paste, cannolicchi e croccantini; il profumo di cannella, vaniglia e limone vi intontirebbe…

Che ne dici, Zu, ce lo facciamo un gelato alla mandorla?!


 
mercoledì, aprile 09, 2003

 

La luce… la luce che avvolgeva l’isola il giorno che sono partita, quella specie di soffice caligine, l’umidità nebulizzata dal vento.

A mano a mano che il traghetto si allontanava l’isola diventava sempre più irreale: un leggendario scoglio d’alto mare in mezzo al Mediterraneo più blu.

Un brivido mi ha percorso la schiena, il vento mi faceva impazzire i capelli.

La trama che le mie sensazioni avevano tessuto in quei giorni era una robusta cima che rinsaldava il mio ormeggio di fronte a quelle coste sognate, sulle bocche dei vulcani spenti invasi dai fichidindia, sugli scogli neri bollenti soli silenti.


 
martedì, aprile 08, 2003

 

ISOLE... (segue)

 

Se all’epoca della potatura passeggi per la campagna, ti arriverà alle narici l’odore del legno d’ulivo bruciato. E’ un profumo delizioso e particolarissimo, che immediatamente rimanda al profumo di pane appena sfornato, perché è col legno d’ulivo che si “camìano” i forni anneriti delle case rurali.

E se passi vicino a un “giardino” d’aranci, le zagare ti investiranno il naso, e quell’odore ti scenderà fino al ventre, e tu ti sentirai prendere ogni volta dallo stesso languore. E, poi, le vedrai, candide in mezzo alle foglie di un verde scuro e brillante, e farai fatica a staccarti da lì.

Nei paesi e nei posti di mare, un tempo avresti sentito i venditori ambulanti che “abbanniavano” per pubblicizzare le loro mercanzie: ormai sono voci quasi del tutto scomparse, e quelle rimaste sono in genere volgari e stridule. A Palermo, nei mercati popolari (la Vucciria, il Capo, Borgo Vecchio), capita ancora di sentirli, ma non hanno più il fascino dell’ambulante che, magari, girava con la cesta piena di “purpi” appena pescati tra le case di villeggiatura in una mattina di sole e bonaccia.

Seduto al tavolo di un bar, sotto al cielo limpido e azzurrissimo di una mattinata isolana, gusterai una granita di limone, sbocconcellando a ogni cuchiaiata, una brioche (che non è un “cornetto”, mi raccomando: è quella della “brioche col gelato”) ancora tiepida; oppure affonderai i denti in un cannolo: superata la resistenza della crosta croccante, i denti si arrenderanno alla cedevolezza della ricotta soffice e la lingua giocherà coi pezzetti di cioccolata che ne screziano il candore. Il naso stramazzerà al profumo della vaniglia, e l’incanto sarà completo. Se farai un giro all’interno del bar, i tuoi occhi resteranno intontiti dai colori brillanti delle cassate, dalle capacità “mimetiche” della frutta di Martorana, dalla sorprendente dolcezza – per cui vorresti tornare bambino – dei “pupi di zuccaro” e degli “agni pasquali”, e non potranno fare a meno di precipitarsi a rincorrere i mille pasticcini colorati, morbidi e attraenti che affollano con allegria ed eleganza questi banconi delle delizie.

Girato un angolo, all’improvviso, sarai aggredito dall’odore bianco e delicato dei gelsomini; e poi, sarà la volta del basilico, della menta e del finocchio selvatico.

Nei giorni di vento, sentirai lo scirocco che sibila e infuria; sulle terrazze e le macchine si adagerà un velo giallastro di sabbia e si prospetteranno altri scenari.

 


 
lunedì, aprile 07, 2003

 

ISOLE (ciò che si vede, si sente, si gusta, si annusa in Sicilia).

 

Chiudo gli occhi, per concentrarmi sulle sensazioni, e sento il frinire delle cicale in un torrido pomeriggio di agosto; la pelle suda lievemente sotto il tocco vibrante di un sole seduttore; gli occhi vedono il giallo brillante delle stoppie riarse e l’ocra commovente dell’argilla arida e crepata – quasi fosse un grande vaso di ceramica antica, eredità delle civiltà preziose ed estinte che, un tempo, hanno vissuto tutto questo; il profumo che ti solletica le narici, in un pomeriggio come questo, è quello del mare e quello delle alghe che le onde hanno depositato mollemente sul bagnasciuga; il sapore è quello del gelo di mellone, che ti rapisce le papille col gusto di anguria e di gelsomino, ti accarezza gli occhi col suo colore intenso e delicato a un tempo, te li stuzzica col contrasto formato dalle scaglie di pistacchi sbriciolati sulla sua superficie, ti seduce il palato con la sua morbidezza sensuale che, a ogni cucchiaiata, diventa sempre più voluttuosa e ti fa venire voglia che non finisca mai.

In un giorno d’estate e di mare, mi sento avvolgere dall’acqua, ne respiro la salsedine, mi riempio gli occhi di azzurro, mi stendo al sole e faccio l’amore con lui. Poi, prendo in mano un riccio e mi faccio punzecchiare il palmo della mano dai suoi aculei; ne ammiro le sfumature violette o brunastre, e lo spacco con una pietra, avvertendo un lieve dolore mentre le spine mi si conficcano appena appena nella carne. Vuotatolo di tutta quell’intruglio verdastro che suppongo gli serva a vivere, lo sciacquo nel mare e mi lascio intenerire dalle uova turgide e dai colori brillanti; ne sollevo una con l’unghia del pollice, chiudo gli occhi, e la faccio scivolare sulla lingua. Si scioglierà contro il palato e mi lascerà in bocca il sapore delle alghe, degli scogli e del mare tutto.

Se disporrai di una discreta quantità di ricci, potrai anche prolungare l’estasi seduto a tavola – magari guardando il mare da una terrazza bianco abbagliante e appoggiando di tanto in tanto alle labbra un bicchiere di bianco fresco – ammirando il colore e il profumo degli spaghetti conditi con questa ambrosia degli dei.


 
mercoledì, aprile 02, 2003

Avevo perso il compagno di un gioco segreto, posso dirlo? Un compagno che non c'era mai, che non era necessario ci fosse perché ci potessi giocare assieme.


 
martedì, aprile 01, 2003

Ti ci porto in Sicilia, perché voglio farti conoscere il suo mare, ma anche le luci, i suoni, i colori, i sapori. Vabbe’, comincerò cercando di farti intravedere le sue LUCI:

Sono andata a passeggiare, tempo fa (anche quella volta si era in primavera), sulla spiaggia di Timpi Russi che, da una parte, è chiusa da un breve e alto promontorio, rosso in estate ma rivestito quel giorno da un tappeto di erba verde e tenerina, che sotto la luce di taglio appariva ancora più brillante. A un tratto, il sole ha chiamato a raccolta tutte le nuvolette che pascolavano nel cielo azzurro, ordinando loro di ammassarsi in un punto del cielo per formare, nuvola dopo nuvola, una spessa coltre dietro cui lui potesse nascondersi. A mano a mano che convergevano verso il grande incantatore, le nuvole si sono riempite di passione e si sono trasformate in minacciosi nuvoloni color grigio antracite. Quasi subito il mare, che era calmo come un lago, è diventato colore del piombo e ha iniziato a emanare mille scintille - bagliori d’argento e di ghiaccio - mascherandosi da implacabile mare d’inverno, travestendosi da spettacolare mare nordico e riempiendosi di furore. Mi sono guardata attorno e, osservando il raggio di luce inquietante che illuminava come uno “spot” il dolce pendio erboso, ho pensato che sarebbe stato il set ideale per un duello tra “ultimi immortali”, o per un galoppo “ventre à terre” sulla spiaggia. Ma, forse, quel luogo sarebbe stato più adatto a un’epica lotta tra Paladini di Francia e “Infedeli”… E allora, ho immaginato un puparo intento a far rivivere Orlando e tutti i prodi cavalieri di Carlomagno, battendo ritmicamente il piede sulle polverosi assi del palcoscenico e declamando con voce tonante: “Ed ebbe inizio la battaglia. E le spate scintillavano al sole, e le teste sciddicavano chianura, chianura…”.


 
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