il mare in un bicchiere

“E il mare era per me, e lo è ancora, la più promettete e seduttiva pagina bianca. 
La pagina non ancora scritta, il sogno non ancora realizzato, il desiderio non ancora estinto, la fuga 
non ancora portata a compimento, l’assenza che suggerisce la presenza, l’inizio che non ha fine. 
Nella sua distesa luminosa e sconfinata, nei suoi abissi sconosciuti diventa facile e quasi inevitabile 
trovare una metafora vivente alla propria irrequietezza, all’istinto di libertà, alle paure 
e all’inesplorata e profonda regione dell’anima” (Valeria Serra - "Le parole del mare").

lunedì, novembre 02, 2009


Vedessi com'è grande il pensiero del mare

Vedessi com’è grande il pensiero del mare
dove il mio dolce amore oggi è andato a pescare
vedessi com’è grande la vela del pensiero
eppure sono sola come un vecchio mistero
vedessi che coralli ci sono in fondo al mare
e lui non mi ha pescato perché doveva andare
vedessi come piango un pianto universale
un amore così bello non doveva far male.

(Alda Merini)

 
sabato, ottobre 17, 2009
15. Vertice subacqueo

Il Consiglio dei Ministri maldiviano deve aver letto il mio post precedente, visto che ha deciso di indire una seduta a - 6 metri di profondità... Impossibile, ovviamente, però si tratta di una coincidenza singolare. Del resto, i ministri maldiviani dovevano veicolare un messaggio essenziale:
richiamare l’attenzione del mondo sulla minaccia che il riscaldamento globale e il conseguente aumento del livello dei mari rappresenta per l'arcipelago dell'Oceano Indiano, che rischia di essere completamente sommerso. Così, hanno deciso di limitare la comunicazione al linguaggio dei segni, ricorrendo ove necessario alla lavagnetta.
Certo che se le Maldive dovessero essere inghiottite dal mare, sarebbe l'ennesimo, imperdonabile peccato perpetrato ai danni di una natura che, in questo caso specifico, è davvero magnificamente generosa.




 
venerdì, ottobre 16, 2009
14. Comunicazione essenziale

Sott’acqua, il nostro linguaggio umano perde la sua capacità di “manipolare strutture infinite”; le strutture diventano assolutamente finite, tanto che ci si avvale di pochi segnali convenzionali per comunicare l’essenziale e, per il resto, ci si affida agli sguardi, a qualche gesto meno convenzionale e, in caso di necessità, a matita e lavagnetta. Una volta, ho ricevuto un invito a cena scritto sulla lavagnetta. Ma non era una cosa galante: solo un subacqueo colpevole di avermi immotivatamente maltrattata prima di entrare in acqua. Siccome il gesto era poetico e accompagnato da uno sguardo supplicante, non ho potuto esimermi dall’accettare.

 

Sott’acqua, capita anche che la comunicazione non funzioni. Come quel giorno che a Punta Nord, mentre ci preparavamo a risalire da – 50 e passa metri, ci siamo accorti che mancavano due persone. Troppa corrente, troppa fatica a pinneggiare, e i due si erano lasciati ritrasportare verso la parete, senza avvertire, senza farsi vedere. Le reazioni degli altri hanno rispecchiato, evidentemente, il comportamento che avrebbero avuto fuori dall’acqua: qualcuno si è preoccupato (e quando ti perdi due persone a – 50 metri c’è decisamente di che preoccuparsi) e ha seguito alla lettera le procedure concordate,  qualcuno se n’è infischiato e si è comportato come se nulla fosse accaduto.

Alla fine, i due dispersi erano poco sotto la superficie, alla deriva: si erano lasciati trasportare dalla corrente fino alla parete e, poi, avevano continuato il loro viaggio incontrollato. Molto poco ortodosso, però è andata così.

Tornati in barca è anche scoppiato una specie di tafferuglio.

Ancora un esempio di mancata comunicazione. Sopra e sotto la superficie del mare.


 
lunedì, ottobre 12, 2009
13. Assenze

La traduttrice si rigirò tra le lenzuola. Sognava di giocare con le parole, di manipolare l'infinito. A un tratto, nel sogno comparve una sedia vuota. I colori delle parole erano svaniti, la sedia era in bianco e nero. Quella sedia vuota le diede la sensazione dell'assenza. E del silenzio. Le parole erano corse via, stanche di farsi manipolare. Sognò un posto che conosceva bene ma che, nel sogno, le appariva quasi irriconoscibile. Il fatto è che era vuoto. C'era solo lei. La impressionò il silenzio.
Ci sono luoghi in cui le assenze fanno cadere un silenzio che diventa quasi rumoroso. Non senti più le cicale, né il vento tra i rami; solo un vento nella testa che rende quasi irriconoscibile il posto. E' uguale, ma non è più lo stesso; è bello, ma è terribilmente vuoto, diverso.
E' solo questione di punto di vista, è solo che ti sei spostato di qualche centimetro e la prospettiva non è più la stessa, ma il posto, quello, è sempre uguale, forse anche più bello.
Lo attraversi con lo sguardo, si muove qualcosa, forse l'assenza che suggerisce una presenza. E quel silenzio rumoroso. Bisognerebbe poter inventare una nuova anima per un posto che ha perso quella precedente, ma forse ci vuole tempo.
C'è un posto in cerca di anima. Bisognerà inventargliene una nuova, prima che quel silenzio lo renda insopportabile.

 
venerdì, ottobre 09, 2009
12. Manipolare strutture infinite

Se, tecnicamente, non si può dire che io abbia sentito i delfini “parlare”, diciamo che li ho sentiti comunicarsi dei messaggi. Perché, questo è indubitabile, il loro modo di comunicare è diverso dal nostro.

Se oggi sto qui a scrivere una storia con “parole mie” è perché la caratteristica che distingue il linguaggio umano da quello delle altre specie animali non è tanto la nostra capacità di articolare parole, quanto la nostra possibilità di “manipolare strutture infinite” – caratteristica che il linguaggio umano ha in comune con la musica e la matematica (e anche con la cucina, aggiungerei io, visto che anche lì le combinazioni rischiano di essere infinite – ma questa è un’altra storia e, comunque, non è una cosa molto scientifica). Così, mentre mi esprimo in un modo che è tipicamente mio e (spero) irripetibile, io manipolo l’infinito.

Concetto affascinante che, purtroppo, non esclude manipolazioni demagogiche o faziose e che, spesso, produce insulse concatenazioni di parole che non veicolano nessun messaggio, ma sono soltanto vuote ripetizioni di suoni senza senso. I delfini o i cani non avranno la capacità di “manipolare strutture infinite” ma, se non altro, riescono immancabilmente a comunicare l’essenziale.

E, talvolta, la loro comunicazione risulta poetica. Quindi, posso affermare, manipolando strutture infinite, che credo di aver sentito un banco di delfini declamare versi in coro. I versi venivano amplificati da un’enorme cassa di risonanza, detta anche “mare”, e le mie orecchie mi hanno, per qualche istante, trasportato al di fuori di me, facendomi vivere una vita non mia.


 
venerdì, ottobre 02, 2009

11. La voce del pesce parlante

Quando mia madre mi raccontò del pesce parlante, io, per sì e per no, appuntai lo sguardo sulla superficie del mare, aspettando, malgrado lo scetticismo, di vedere affiorare un qualche prodigioso abitante del mare disposto a farsi una chiacchierata con un insulso bipede terrestre. Visto che il pesce non si presentò all’appuntamento, mi convinsi definitivamente del fatto che la storia dei pesci parlanti era una poetica bugia e che mai avrei udito un pesce articolare suono. In fin dei conti, non si dice “muto come un pesce”?

Eppure… eppure, dopo molti anni e molti mari da allora, mi è capitato di sentire il vociare di un folto gruppo di abitanti del mare. Non stiamo a sottilizzare sul fatto che si tratti di pesci o meno; l’essenziale è che il loro richiamo si propagava nell’acqua e che mi ha dato, in quel momento,  un’impressione di integrazione e di armonia – di oneness per usare la bella parola inglese – che mi ha dato gioia e ha arricchito la mia esperienza di mare.

Ho sentito la voce dei delfini, quel sibilo acuto, un po’ stridulo, che usano per comunicare – quello, per intenderci, che si sente nei documentari e nei film. Solo che, questa volta, c’ero dentro, in un pomeriggio limpido, a qualche metro dal reef di Sha’ab Rumi, Mar Rosso, Sudan.

Mentre torniamo dall’immersione, un nutrito banco di delfini viene a esibirsi sotto ai gommoni, di certo attirato dal rumore dei motori. Inizia un gioco di rincorse, in cui non si capisce più bene chi siano gli inseguiti e chi gli inseguitori. A un tratto, mentre ce ne sono molti a pelo d’acqua, alcuni di noi si lasciano scivolare giù dai tubolari e cominciano a nuotare in mezzo a loro. Due o tre dorsi lucidi saltano oltre la superficie, ma la maggior parte del banco rimane sott’acqua: nuotano agili, sorridenti, lanciando richiami acuti.

Così, ho ripensato al mio mare bambino e all'attesa disattesa di quella volta, e ho vissuto un'esperienza di quelle che toccano le corde un po' "selvagge" che sono dentro di noi (dentro di me, almeno) e che troppo raramente ormai capita di sentire vibrare.


 
domenica, settembre 27, 2009
10. Incubi mattutini

Mentre, in una gloriosa mattinata tra cielo e mare, la traduttrice si stiracchiava davanti al primo sole
, sulla superifice appena increspata dell'acqua cristallina comparve una macchia rossa.
La traduttrice si stropicciò gli occhi e si sporse (come le capitava spesso, ultimamente) verso l'acqua. Che brutta copertina la fissava dal basso in alto... Si chiese se anche vista da sotto la superficie sarebbe apparsa così brutta [un dubbio alla Mr.Soul...]. Del resto, quel titolo non meritava nulla di meglio.
Per cancellare quella spiacevole visione e continuare a viaggiare, la traduttrice si tappò il naso e si lanciò con decisione in acqua: un pluf liberatorio che fece sparire il libro e germogliare ramificazioni di corallo visionarie al suo posto...

 
venerdì, settembre 18, 2009
9. Un sogno di parole. Terra



La traduttrice si rigirava tra le lenzuola. Sulla superficie del mare galleggiavano parole. Galleggia galleggia, le parole cominciarono ad accostarsi le une alle altre e, dopo qualche rimescolamento dovuto all’ondeggiare dell’acqua, che le cullava e le mischiava col suo movimento continuo, cominciarono a formare frasi e paragrafi. La traduttrice, che non credeva ai suoi occhi, si affacciò alla battagliola e cercò di capire a cosa potesse attribuirsi quel misterioso fenomeno. Nel frattempo, le parole, dopo essersi riunite ordinatamente in pagine numerate in successione, si erano disposte in modo da formare un ponte tra la barca e la terra emersa. La traduttrice si mise lentamente a sedere: quel ponte di pagine era sicuramente presagio di qualcosa. Tornò a sporgersi verso l’acqua e lesse il titolo del ponte: The Evolution of God. Si lasciò scivolare silenziosamente in acqua e cominciò a nuotare lungo la striscia di parole. Quante bracciate ci vorranno a percorrere 567 pagine? E, soprattutto, quanto tempo sarà necessario a tradurle?

Mentre si poneva la fatidica domanda, la sua attenzione venne attirata dal rumore di un motore. Si voltò verso la barca e vide il gommone che avanzava nella sua direzione. Nessuna delle persone a bordo sembrava essersi accorta dello strano fenomeno che l’aveva portata a nuotare fino a terra. In quel momento, si ricordò che, invece che alla solita immersione, quel pomeriggio sarebbe stato dedicato a un’escursione a terra.



La terra comincia ad affiorare con isolotti piatti; poi, si sviluppa in profondità con una serie di quinte, chiuse all’orizzonte da una catena di alture. Il sole si dirige verso le loro sommità. Sbarchiamo su una lingua di terra che emerge a seconda delle maree, come testimoniano i frammenti di conchiglie di cui è disseminata. Durante il cammino, incontriamo la carcassa di una tartaruga. Ancora qualche passo e arriviamo a un pianoro di piccolissime dune; in lontananza si intravede un cammello. Mentre ci dirigiamo verso alcune baracche sulla riva di un’insenatura, il cammello comincia ad avanzare verso di noi, seguito da sagome umane, che si riveleranno essere dei bambini (molto belli, come molto bello è il ragazzo sul cammello). Il paesaggio del tramonto è surreale, in questo deserto di cui il mondo ignora l’esistenza, un deserto sospeso tra cielo e mare. Occhi scuri ci scrutano da profondità che probabilmente conoscono solo il deserto.

Risaliamo in gommone mentre il sole scompare dietro i monti e la luna è già alta in cielo.


A ora di cena, il mare è di nuovo una tavola, su cui la luna si riflette come in uno specchio. Dormiremo di nuovo sotto le stelle di una notte accogliente, mentre le parole continueranno a galleggiare sull'acqua, continuando a legarmi alla terra.

 
venerdì, settembre 11, 2009
7. Sha'ab Suedi - Il relitto del Blue Bell

Come quella volta che mia madre mi convinse a cambiare mare allettandomi con la storia di un pesce parlante che – si diceva – emergesse dalle profondità proprio in quel punto lì. Non che ci avessi creduto (avevo già 6 o 7 anni e una certa capacità di discernere il falso dal vero), ma la possibilità, seppur remota, mi incantò. E, così, feci del pesce parlante la mia personalissima sirena. E fu in quel posto che, alla fine, si perfezionò il mio rapporto simbiotico col mare. Di pesci parlanti, ovviamente, neanche l’ombra, ma lì ebbi la possibilità di vivere lunghe giornate di mare, di imparare la mappa di una grande secca e degli scogli che la chiudevano, in fondo, dove cominciava il mare aperto; di andare, nelle sere di luna piena, a caccia di polpi sulla secca, con inevitabile bagno finale a mezzanotte; di tifare per un paguro istigato a misurarsi nella corsa con molti suoi simili sulla superficie liscia di uno scoglio – uno scoglio bambino, come noi. E i ricci – ah, il sapore dei ricci! - nel caldo, sotto il sole, aperti con un sasso, sciacquati in acqua di mare e mangiati con il pollice usato a mo’ di cucchiaino...
Allora, si giocava così; oggi, si va a esplorare relitti…

La nave si è ribaltata sulla barriera: la prua si è appoggiata su una specie di gradino sui 25 metri; la poppa si è inabissata fino a 80 metri. Il pianoro in prossimità della prua è disseminato di fuoristrada, alcuni capovolti, altri in assetto di marcia. La cosa più incredibile è come, in un ambiente come questo, le cose artificiali riescano a integrarsi con la natura: gomme e lamiere sono incrostate di coralli colorati; i pesci intessono danze attorno ai copertoni, tra i volanti e gli alberi di trasmissione. Scivoliamo fin dove è possibile passare sotto lo scafo. All’interno, in un angolo buio, dei grandi pesci ci osservano, infastiditi o, forse, incuriositi.

Le architetture coralline di questo reef lungo 10 miglia (benché con qualche interruzione) sono alquanto diverse da quelle di Sha’ab Rumi per la prevalenza di corallo duro rispetto al corallo molle. Abbondano le acropore, che conferiscono un’apparenza incantata, “sospesa”, a questo angolo di mondo sommerso. La parete emerge da profondità notevoli, visto che non si vede il fondo; il blu è quasi abbagliante. Sul pianoro che percorriamo, si elevano una serie di cocuzzoli di varie dimensioni ornati di coralli come trine; le castagnole formano nuvole coloratissime attorno alle acropore. In un buco c’è una murena ripiegata su se stessa. Sorvoliamo queste strutture coralline, passando dall’una all’altra. Visto attraverso le trame dei merletti corallini, l’azzurro del mare è ancora più scintillante. Seguo Francesco sotto un arco, poi ci dirigiamo verso il torrione più alto, quello dove si conclude la nostra immersione. Facciamo la tappa di sicurezza sul cocuzzolo, e la luce è straordinaria, l’acqua straordinariamente trasparente.


 
mercoledì, settembre 09, 2009
6. Ancora Punta Sud

In mezzo a tutto questo mare, la terra è una striscia lontana. Mi turba, insieme a tutta la “realtà” che contiene. Mi rendo conto di essere in quella fase della vita in cui si vivono le “preoccupazioni dei grandi”, quell’espressione che, quand’ero bambina mi suonava come un’incomprensibile minaccia, un oscuro presagio di un futuro che – mettila come ti pare – sarebbe stato molto peggiore del presente. Come se i bambini non ne avessero di preoccupazioni, pensavo tra me e me, e tornavo a tuffare lo sguardo nel blu, un po’ perplessa, un po’ mortificata per quel mio essere insignificante e priva di “spessore” - una sagoma, un abbozzo, un’incompiuta.
Allora, il gioco aveva una parte importante – non saprei dire che cosa rappresenti il gioco per i bambini; forse, sotto un certo aspetto una prova generale per prepararsi a vivere in un'altra fase della vita. E ancora oggi mi ubriaco di mare e continuo a giocare, inseguendo i pesci e osservandone la vita come attraverso un caleidoscopio, come in un congegno magico che li trasforma in esseri mitologici, esseri che appartengono a un'altra dimensione, custodi di un mondo che allevii lle pene del mondo "di qua".


Stamattina si va nel blu, in cerca di squali martello. Ci lanciamo in acqua nei pressi dell’estremità del pianoro e A. si lascia scivolare verso il plateau “a foglia morta”. Io mi accozzo e lo seguo da vicino. Pinneggio appresso a lui nel blu, senza perderlo di vista. Scende fin quasi a 50 mt. e si guarda attorno. Comincia a pinneggiare in parallelo alla parete. A un tratto, indica qualcosa e guizza in quella direzione. Lo seguiamo, ed ecco la prima sagoma; indica che sono due o tre. Dopo qualche minuto, due squali martello cominciano a tessere un girotondo attorno a noi. Sono vicinissimi; quando passano nella zona più luminosa, non sono più sagome: acquistano tridimensionalità e spessore. Che movimento elegante, quanta grazia, che apparizione in mezzo a questo blu profondo e luminoso!
Quando si allontanano, ci avviciniamo al pianoro, dove ci accolgono i grigi di guardia e la solita attività di questo luogo più affollato di una piazza cittadina all’ora dello spritz. Le cernie sono davvero enormi; piccoli banchi di barracuda incrociano banchi di lutianidi e carangidi, e le varie tonalità di grigio si accendono di bagliori azzurri e neri. Mi avvicino agli squali (anzi, squalesse) per riconoscerne il sesso: ieri, infatti, qualcuno diceva che tutti gli squali che avevamo incontrato erano femmine, e spiegava quale fosse la differenza. Plano di nuovo sul pianoro, sopra il piccolo torrione sempre affollato di grugnitori accanto alla gabbia.
Mentre risaliamo, le sagome dei pesci si appiattiscono contro il tappeto di coralli; gli squali ancora vanno e vengono. Intorno ai 15 metri, incontriamo un grande Napoleone che si fa ammirare nella sua andatura un po’ sbilenca. Si allontana, ma subito torna indietro e, a un tratto, spalanca la bocca. Continuiamo a risalire, avvicinandoci alla parete, per smaltire i 2 minuti a 6 metri e, poi, i 16 a 3.
Usciamo dopo 62 minuti di visioni spettacolari. L’unica cosa fastidiosa è l’intenso prurito alle mani, cominciato mentre eravamo nel blu: non smetto di grattarmi se non sul gommone...


 
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